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Sud Corea: religioni contro presidente

Di stefano iannaccone • 29 nov, 2013 • Categoria: Mondo

Cattolici, protestanti e buddisti sono uniti contro la presidente Park Geun hye, accusata di aver vinto le elezioni a causa della manipolazione del voto



Quando si parla di Corea, si fa spesso riferimento a quella del Nord con il regime di Pyongyang protagonista di numerose provocazioni all’intero Occidente. Ma soprattutto al nemico numero uno: gli Stati Uniti.

Negli ultimi giorni, tuttavia, la tensione attraversa anche la politica della Sud Corea, con uno scontro senza precedenti tra leader religiosi e la presidente Park Geun-hye.

Una parte della Chiesa cattolica, i protestanti e i buddisti si sono uniti e hanno avviato una campagna di comunicazione tesa a screditare l’operato del capo di Stato. L’accusa è molto pesante: aver manipolato il risultato delle elezioni del dicembre 2012. La vittoria della candidata conservatrice, infatti, è arrivata per una manciata di voti. E a sollevare l’ombra dei brogli non è stata l’opposizione, bensì esponenti di diverse confessioni. Un fatto che rende ancora più preoccupante il dibattito nel Paese.

La presa di posizione dei religiosi è perentoria: la National Intelligence Service (Nis), i servizi segreti di Seoul, avrebbero praticato pressioni sulla popolazione per favorire la vittoria di Park Geun-hye. In pratica l’intelligence avrebbe pilotato l’esito.

La presidente ha sempre respinto ogni addebito, rivendicando la limpidezza del risultato. La sua vittoria è entrata nella storia, perché è stata la prima donna a vincere le elezioni. Ma il successo è stato talmente ridotto da sollevare più di qualche sospetto. Addirittura era viene evocata la dittatura, guidata all’epoca da Park Chung-hee, padre dell’attuale presidente. Un parallelo che non può essere gradito, al di là del legame di sangue.

I sacerdoti sostengono che la Nis abbia praticato una sorta di campagna intimidatoria verso i candidati minori, costringendoli al ritiro, e operando pressioni sugli elettori delle zone più rurali. L’avversario Moon Jae-in è noto per essere stato attivista dei diritti civili nell’era del regime. Il suo Partito democratico ha goduto di un ampio sostengo da parte dei giovani: la svolta “a sinistra” era stata vista come lo strumento per portare un effettivo rinnovamento della classe politica. E quindi questo lo avrebbe reso ostile all’intelligence sudcoreana.

Il livello di tensione è giunto all’apice con l’espressa richiesta di dimissioni rivolta alla presidente per «fare chiarezza» sulle ultime elezioni.