Un tribunale del popolo per difendere i lavoratori cambogiani
Di alessandra modica • 04 feb, 2012 • Categoria: Mondo
Riecco i tribunali del popolo. Tornano in una veste diversa, niente a che vedere con il tribunale di opinione internazionale che il senatore italiano Lelio Basso fondò a Bologna nel 1979. Ma lo spirito è simile. Mentre il primo si è occupato di esaminare violazioni dei diritti umani e del diritto dei popoli in casi eclatanti come quello del Tibet, dell’Argentina, del genocidio Armeno, dell’intervento degli Usa in Nicaragua, il nuovo tribunale del popolo istituito in questi giorni in Cambogia rappresenterà gli interessi del proletariato.
Una coalizione di sindacati e Ong ha istituito, infatti, questo tribunale “del popolo per il salario minimo e decenti condizioni di lavoro”, che domani e dopodomani “giudicherà” a Phnom Penh alcune imprese e multinazionali dell’abbigliamento in base alle testimonianze dei loro lavoratori. Si ricorda che il settore tessile industriale rappresenta il 90% dell’export cambogiano, con un giro d’affari che ruota intorno ai 4 miliardi di dollari e che tra il 2010 e il 2011 è aumentato del 25%.
Ma perché così tante aziende internazionali e grandi marche delocalizzano in Cambogia? Facile: qui il costo del lavoro è più basso che negli stati occidentali, ed è più semplice sfuggire al controllo sul rispetto dei diritti umani e dei lavoratori. Proprio per questo i rappresentanti sindacali si sono riuniti per cercare per lo meno di rendere note al resto del mondo le condizioni in cui sono costretti a vivere e lavorare gli operai di queste fabbriche. Il tribunale, infatti, non avrà alcuna competenza giurisdizionale, ma comunque ha chiesto l’intervento in aula anche dei diretti interessati. Adidas, Puma, H&M, Gap. Si presenteranno? H&M ha già dichiarato che non andrà davanti al tribunale, ma gli fornirà tutte le informazioni possibili sul trattamento dei suoi lavoratori, che secondo un portavoce dell’azienda, guadagnano un salario equo, visto che H&M ha aderito al Fair Wage Network.
I lavoratori testimonieranno e parleranno di due problemi: bassi salari e condizioni lavorative difficili, che spesso portano a svenimenti di massa, causati a volte anche dall’incapacità degli operai di guadagnare abbastanza da potersi permettere un’alimentazione sana e bilanciata. In Cambogia, d’altronde, il salario minimo legale è di 50 euro al mese, meno della metà di quanto sarebbe necessario per condurre una vita dignitosa nel Paese. Così i lavoratori fanno turni massacranti per guadagnare di più.
Confrontando i salari dei cambogiani e il prezzo dei prodotti sul mercato, si nota come il divario è altissimo. E come sottolinea Ath Thorn, presidente della Confederazione Cambogiana del Lavoro “i salari bassi portano malnutrizione. La malnutrizione, a lungo termine, incide negativamente sulla salute e sulla produttività degli operai”.
Un anno fa circa, i lavoratori cambogiani avevano scioperato per qualche giorno. 200mila operai del settore tessile industriale erano rimasti fuori dalle fabbriche, per chiedere stipendi più alti. Nessun risultato però. Se non il licenziamento di mille leader sindacali da parte delle stesse industrie.




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