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Un santuario delle amigdale in Eritrea

Di alessandra modica • 05 apr, 2012 • Categoria: Cultura

Scoperti resti umani e di manufatti in Eritrea: risalgono a circa 1 milioni di anni fa.



Un museo a cielo aperto: ecco quello che hanno scoperto i ricercatori dell’équipe internazionale guidata dal paleoantropologo dell’Università La Sapienza, di Roma, Alfredo Coppa. Durante l’ultima campagna di scavi nel bacino sedimentario di Buya, in Eritrea, sono stati rinvenuti, infatti, nuovi reperti umani, e una distesa di centinaia di manufatti in pietra, scolpiti dagli omidi un milione di anni fa, e poi ricoperti dalla terra per millenni.

Già da tempo quella località era sotto il tiro dei ricercatori: nel 1995, sempre nella stesso sito, era stato ritrovato il cranio di un Homo ergaster/erectus, rinominato “la signora di Buya“. E nel 2011, a gennaio, erano state scoperte delle ossa appartenenti a un secondo cranio. Fino a quello di questi giorni: il quarto.

La squadra del professor Coppa ha ridenominato il sito “Santuario delle amigdale”. Gli utensili ritrovati, infatti, sono delle pietre levigate, bifacciali, dette anche amigdale per la loro forma a mandorla che ricorda l’amigdala, la parte del nostro cervello che governa le emozioni.
Principale produzione dell’industria litica del Paleolitico inferiore e medio, i bifacciali erano ottenuti dalla levigazione di frammenti di pietre, ciottoli, o nuclei di selce, e venivano usati sia per macellare gli animali che per spezzarne le ossa e i tendini, ma anche per tagliare e lavorare la pelle e altri materiali.

Probabilmente i manufatti si sono depositati sul fondo di un canale, e oggi si ritrovano sparsi su una superficie di più di 400 metri quadri. Ma quello che li rende di valore inestimabile, oltre alla quantità, è il fatto che in questa zona dell’Africa, vicina alla più famosa Rift Valley (quella dove è stata ritrovata la prima australopiteca, Lucy), sono stati ritrovati pochi reperti risalenti a 1 milione di anni fa.

Dalle prime analisi dei resti umani ritrovati, si nota una forte somiglianza con il cranio della signora di Buya, segno che ci si potrebbe trovare di fronte a un’unica popolazione, con caratteristiche simili e che ha lasciato tracce in almeno due insediamenti.
Grazie alle nuove tecnologie, nei prossimi giorni sarà possibile verificare il modello di espansione della regione cranica parietale che sembra essere tipica di questi nuovi ritrovamenti.

“Con queste scoperte abbiamo apportato dati preziosissimi che arricchiscono l’archivio biologico delle popolazioni di questo periodo della storia umana quasi sconosciuto- scrive Alfredo Coppa sul sito de La Sapienza- Ora la parola passa alle tecnologie: i nuovi reperti, come già i denti incisivi trovati nel corso delle precedenti campagne, saranno scannerizzati presso il Sincrotrone Elettra di Trieste per analizzarne la microstruttura. Potrebbe essere così confermata una tappa cruciale del percorso evolutivo da Homo ergaster a Homo heidelberghensis che si affermerà all’incirca 800.000 anni fa”.

Il progetto è frutto di una collaborazione tra ricercatori della Sapienza, dell’Eritrean National Museum di Asmara, delle Università di Firenze, Padova, Torino, Ferrara, Bologna, del Museo Pigorini di Roma, dell’Università di Barcellona e del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi.


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