Ricerca e innovazione: questo quello che ci serve
Di alessandra modica • 21 mag, 2012 • Categoria: InternetUn'indagine sottolinea le difficoltà dell'Italia ad avanzare in settori in cui ricerca e innovazione sono fondamentali per non soccombere a causa della globalizzazione.
Come si legge sul sito ufficiale dell’Unione Europea, l’agenda digitale, presentata dalla Commissione europea nel 2010, “è una delle 7 iniziative faro della strategia Europa 2020, che fissa obiettivi per la crescita nell’Unione europea, da raggiungere entro il 2020. Questa agenda digitale propone di sfruttare al meglio il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione- Ict (information and communication technology)- per favorire l’innovazione, la crescita economica e il progresso”.
Ma a che punto siamo in Italia con quest’Agenda? La Commissione Europea ha affermato che nel 2015 serviranno 700 mila professionisti dell’Ict, ma secondo una ricerca condotta dalla Fondazione Ugo Bordoni (ente di ricerca no profit specializzato in telecomunicazioni e ict, al servizio del ministero dello Sviluppo economico) e dalla Fondazione Cotec per l’innovazione tecnologica il nostro Paese è ben lontano da raggiungere l’obiettivo dell’UE. “Se non investiamo in ricerca, l’Agenda digitale resterà un sogno- ha commentato con un certo rammarico Alessandro Luciano, presidente della Fondazione Bordoni- e non si potranno cogliere le opportunità offerte dall’Agenda stessa”.
In un’intervista per il Corriere Economia, Luciano ha elencato alcuni dei paradossi italiani che impediscono al nostro Paese di decollare nel mondo delle nuove tecnologie e dell’informazione. Il primo punto importante è rappresentato dal rapporto tra Università e imprese: in Italia le Università fanno ricerca, ma i risultati di questa non possono essere sfruttati dalle aziende. E non solo: il numero di persone laureate in ingegneria, per esempio, è nettamente superiore al numero di posti disponibili sul mercato del lavoro, tanto che il loro tasso di disoccupazione è quasi triplicato negli ultimi 2 anni.
A peggiorare il tutto, sempre secondo quanto affermato dal presidente della Fondazione Bordoni, c’è un’incapacità generica da parte delle imprese di utilizzare l’ict, nonostante vi siano alcune aziende, anche artigiane, che hanno incrementato di molto il loro successo, proprio grazie all’information technology, che ha permesso a molti di non soccombere sotto gli effetti della globalizzazione.
L’indagine ha segnalato ancora una volta la mancanza di manodopera specializzata nelle professioni artigiane, ma anche nell’ict, dove mancano informatici, esperti di marketing, ingegneri. E infine, c’è la questione della ricerca, che non sempre si occupa di temi legati alla realtà. “Buona parte dei ricercatori è impegnata su temi che hanno poco a che vedere con il sistema produttivo; di conseguenza le imprese non sono in gradi di utilizzarne i risultati- ha dichiarato Luciano- A volte sembrano due mondi che parlano due diversi linguaggi”. Sarebbe utile, invece, individuare un’azione pubblica di grande respiro, che coinvolga diversi attori pubblici e privati, per progetti di carattere nazionale.
“Ma se non si parte dalla ricerca- ha concluso il presidente della Fondazione Bordoni- è impossibile inseguire anche il fine ultimo dell’Agenda digitale europea per creare le infrastrutture necessarie all’utilizzo di tecnologie in grado di snellire gli attuali processi produttivi e comunicativi e favorire la migrazione verso il digitale in ogni sua forma”.



