Ghirelli e Bossi
Di mario pinzauti • 02 apr, 2012 • Categoria: OpinioniVorremmo aggiungere qualche parola alla sintetica anche se esauriente nota redazionale apparsa ieri sul nostro giornale in memoria di Antonio Ghirelli. Per dire anzitutto che ripensando alla lunga e ricchissima avventura umana e professionale di questo collega, di cui ci onoriamo di essere stati amici, non possiamo evitare di richiamare alla mente anche il Bossi pensiero, di cui è componente centrale e costante il disprezzo per tutto quanto è meridionale, napoletano in particolare.
Oggi abbiamo un Presidente della repubblica napoletano cui si deve se l’Italia si è fermata sull’orlo del baratro della catastrofe economica e della distruzione della democrazia verso il quale la stava spingendo Berlusconi con l’attiva, becera collaborazione di Bossi. Fino all’altro ieri, il giorno della scomparsa di Antonio Ghirelli, abbiamo avuto un napoletano tra i non molti giornalisti eccellenti del nostro paese, un collega che ha sempre rifiutato, a differenza di tanti altri, d’immergere la sua penna nel fango, un uomo coraggioso, solare, che ha affrontato le dure prove che pure non sono mancate nella sua splendida carriera (è stato direttore del Tg2 della Rai, del “Corriere dello Sport”, di “Tutto Sport” e di “l’Avanti|”, portavoce di un Presidente della Repubblica, Pertini, e capo ufficio stampa del PSI al tempo di Craxi) con quel sorriso canzonatorio che aveva stampato in faccia e senza mai rinunciare di un millimetro alle posizioni che aveva assunte pur cercando di renderle meno aggressive con qualche battuta
pronunciata con l’accento napoletano che si è portato dietro,intatto,fino a 90 anni,cioè al momento della sua morte.
Il sottoscritto ebbe modo di conoscerlo in uno di quei momenti difficili della sua vita.Era il 1956.Da un giorno all’altro Antonio Ghirelli aveva perso tutto il già considerevole patrimonio di prestigio e popolarità professionale che aveva costruito, mattone su mattone, dopo la liberazione. Già cronista di una radio in lingua italiana gestita dagli alleati aveva raccontato prima l’insurrezione di Napoli, poi, insieme a Enzo Biagi, la liberazione di Bologna. Subito dopo era diventato l’astro più importante del giornalismo sportivo di sinistra: a “l’Unità” e a “Paese sera”. Ma quando, come disse lo scrittore americano Howard Fast, cadde il dio che per tanti era stato il comunismo e gli orrori dello stalinismo furono rivelati da Krusciov, in Italia molti furono gli intellettuali italiani che tagliarono, senza esitare, il cordone ombelicale che da molti anni li legava al PCI.
Uno di essi fu Antonio Ghirelli che, sbattendo la porta, scese spontaneamente dal prestigioso piedistallo professionale che si era guadagnato con le sue cronache e i suoi commenti sportivi che gli avevano meritato l’appellativo di “Gianni Brera della sinistra”. E dovette ricominciare daccapo, accettando una modesta collaborazione in un settimanale (si chiamava “Corrispondenza socialista”) in cui si era ritrovato un gruppo di altri transfughi del giornalismo di sinistra : tra cui Marco Cesarini Sforza, Michele Pellicani, il sottoscritto. Per lui, come del resto anche per gli altri, fu una nuova partenza;e non solo politica ma anche professionale. In cui peraltro ognuno di noi ma Antonio particolarmente riversò-pur nei limiti di quella colonnina settimanale che ospitava i suoi interventi-il meglio dell’esperienza e dell’impegno che aveva maturati.E che fu-giustamente-la base di lancio per tutto il crescendo di successi che seguì quel breve ma indimenticabile momento di passaggio,facendo di Antonio Ghirelli non solo un protagonista del giornalismo italiano ma un esempio di vita e di professione cui ci auguriamo sappiano ispirarsi in molti: colleghi e no.
Riteniamo che dovrebbero farlo anche Bossi e la sua corte:anche solo per arrivare a chiedersi se la cosiddetta gente della Padania e loro stessi non avrebbero molto da imparare da certi napoletani.



