Cina, dove lo sciopero è illegale
Di eduardo lubrano • 13 gen, 2012 • Categoria: Mondo
Le notizie, specie quelle negative, dalla Cina arrivano col contagocce. Così solo adesso si sa che all’inizio del mese nella città di Wuhan, 150 lavoratori della Foxcom Technology, il più grande produttore di elettronica al mondo (circa 800 mila dipendenti nel solo paese asiatico), si sono issati sul tetto della fabbrica ed hanno minacciato il suicidio per ottenere un adeguamento del salario e un’indennità di fine rapporto, il TFR in pratica.
La cosa si è risolta, come riferisce l’agenzia di stampa Xinhua, dopo due giorni di protesta al freddo ed al gelo con la discesa dei lavoratori anche se non è dato sapere se ci sia stato un qualche tipo di accordo. Già nel 2010 la Foxcom aveva dovuto affrontare una protesta simile con 18 operai rifugiati sul tetto della fabbrica e col suicidio di 14 di loro. In seguito a quell’episodio l’azienda portò il salario mensile da 220 a 290 dollari.
Il fatto riporta in luce però la situazione del lavoro in Cina, che è veramente molto grave specie per le categorie più basse. Che non hanno nessuna possibilità di manifestare, di dire la loro, di partecipare al processo decisionale sui tempi e sui ritmi di lavoro. Lo sciopero è illegale quindi l’alternativa per molti lavoratori è il suicidio.
Il dato è tanto più strano se si pensa che la Cina è diventato il secondo mercato al mondo per esempio, dei beni di lusso. La Rolls Royce ha dichiarato di aver venduto più auto nel 2011 in Cina di ogni singolo anno nei suoi 107 anni di storia. Per la Apple la Cina è il secondo mercato dopo gli Stati Uniti.
La Cina ha vissuto anni di espansione economica straordinari – dice il professor Hu Guangdou dell’Istituto di Tecnologia di Pechino – ma la ricchezza è stata in qualche modo catturata solo dal governo e dagli uomini d’affari e non dalla gente comune che soffre come prima di povertà”.



