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Alla faccia del popolo sovrano. Piemonte, impallinato il referendum contro la caccia

Di maria • 04 mag, 2012 • Categoria: Blogeko

La Regione Piemonte ha impallinato ieri il referendum per limitare la caccia che – richiesto nel 1987 da 60.000 elettori, me compresa – doveva finalmente aver luogo il 3 giugno. Per un quarto di secolo la Regione si è opposta … Continua a leggere



La Regione Piemonte ha impallinato ieri il referendum per limitare la caccia che – richiesto nel 1987 da 60.000 elettori, me compresa – doveva finalmente aver luogo il 3 giugno.

Per un quarto di secolo la Regione si è opposta in tutti i modi e in tutte le sedi allo svolgimento del referendum, finchè non è stata obbligata ad indirlo dalla Corte d’Appello e dal Tar (Tribunale amministrativo regionale)

Vinto ma non domo, ieri il Consiglio regionale ha abrogato la legge piemontese sulla caccia che il referendum mirava a modificare: così ora si può cacciare più di prima e (anche se manca ancora la conferma formale, anche se la situazione potrebbe addirittura ribaltarsi) sul sito della Regione si legge che non si va più a votare. Gli anticaccia annunciano ricorsi al Tar.

Qui non si tratta solo di impedire l’uccisione di animali innocenti, cosa che pure mi sta a cuore moltissimo. Si tratta di difendere la democrazia e i diritti di tutti noi. I diritti del popolo sovrano (o che tale in teoria dovrebbe essere) al quale si impedisce in ogni modo di far sentire la propria voce.

Secondo il presidente della Regione, il leghista Roberto Cota, il referendum sarebbe costato troppo: 22 milioni di euro che ora – dice – “potranno essere impiegati a sostegno delle categorie più deboli”.

Dimentica un paio di cosette. Primo, la Regione ha silenziosamente ma secondo me deliberatamente boicottato ogni possibilità di accorpare il referendum ad altre tornate elettorali, e quindi di effettuarlo con costi prossimi allo zero.

Come ha fatto? Ha stiracchiato il più possibile in là la consultazione. Ha fissato la data solo nel febbraio scorso, dopo aver lasciato passare un anno – un anno! – dal momento in cui la Corte d’Appello aveva stabilito definitivamente che il referendum andava fatto. Se la Regione avesse aspettato ancora 48 ore, il Tar avrebbe nominato un commissario ad acta. E dal momento che era impossibile rinviare ulteriormente il referendum, risultava impossibile anche qualsiasi abbinamento ad altri appuntamenti elettorali.

Una tattica simile a quella seguita da Berlusconi ai tempi dei referendum su acqua e nucleare: costringere il quorum a pedalare in salita anzichè favorire la partecipazione della gente alla politica.

E poi – seconda cosa – il referendum poteva essere evitato semplicemente recependo le proposte referendarie: limitare la caccia esclusivamente a cinghiali, lepri, minilepri e fagiani. E recepirle anche solo in parte sarebbe stato comunque più elegante che andare in direzione opposta.

Del resto, l’80% degli italiani è contrario alla caccia: sarebbe stata una vittoria del sentire comune, non una vittoria dei promotori del referendum.

Invece no. Sentite cosa è successo. Nella Finanziaria regionale è stato inserito un emendamento che chiedeva l’abrogazione della legge piemontese sulla caccia. Motivo dell’incongruo apparentamento, evitare la (ben altrimenti evitabile) spesa per organizzare la consultazione.

L’emendamento è stato approvato ieri, a larga maggioranza e con alcuni franchi tiratori sia nella maggioranza di centrodestra (generalmente favorevole) sia nell’opposizione di centrosinistra. La Finanziaria regionale però non è ancora approvata: ma il referendum non si fa più, dice il comunicato stampa pubblicato sul sito della Regione.

Così in Piemonte si applica la legislazione venatoria nazionale (più permissiva) condita dai regolamenti attuativi regionali, ma solo in attesa che venga partorita una nuova legge regionale.

Un’attesa presumibilmente breve: il testo è già pronto e dovrebbe essere sottoposto rapidamente all’approvazione del Consiglio regionale. Casomai fosse necessario specificarlo, non va nella direzione richiesta dai promotori del referendum.

Però attenzione, che in tutto questo bailamme non è ancora detta l’ultima parola. Il comitato promotore del referendum e almeno due consiglieri regionali hanno annunciato ricorso al Tar; il referendum stesso, poi, deve essere ufficialmente “disdetto” attraverso un decreto del presidente Cota, previo parere conforme della Commissione di Garanzia. Non ci sono ancora nè l’uno nè l’altro.

Ma anche ammesso e non concesso che il referendum possa “resuscitare”, quanti elettori riuscirebbero a seguire il filo dei complicatissimi eventi? Quanti riuscirebbero a sapere (sempre per ipotesi) che si va a votare?

In sostanza, i politici piemontesi si chiudono nella stanza dei bottoni, appendono fuori dalla porta il cartello “Non parlate al manovratore” e se ne fregano della volontà popolare.

La mia firma aspetta di votare sulla caccia dal 1987. E poi la chiamano democrazia.

Il comunicato stampa sul sito della Regione Piemonte non si farà il referendum sulla caccia

Il Comitato pro referendum. Sull’home page l’annuncio del ricorso al Tar; navigando nel sito si può ricostruire la complessa, venticinquennale vicenda

L’annuncio del ricorso al Tar sui blog di due consiglieri regionali: Andrea Stara ed Eleonora Artesio

La nuova legge sulla caccia in gestazione in Piemonte: l’intero dossier ed il testo

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