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L’Egitto, i blogger, la repressione

Di Redazione • 28 set, 2011 • Categoria: Mondo


“La rivoluzione si è liberata del dittatore, ma non della dittatura” così ha scritto Maikel Nabil Sanad in uno degli ultimi post pubblicati sul suo blog. Oggi Maikel Nabil Sanad, 25 anni, si trova in carcere perché accusato di aver pubblicato, sul blog e su Facebook, commenti ritenuti offensivi nei confronti dell’esercito egiziano basati su bugie e voci infondate. Maikel è al 36° giorno di sciopero della fame e la direzione del carcere gli ha tolto un farmaco per il cuore sostenendo che, dal momento che ha smesso di alimentarsi, la somministrazione deve avvenire sotto il controllo di un cardiologo, che fino ad ora non si è visto. La vicenda, raccontata dal Corriere della Sera nella sezione del giornale on line gestita in collaborazione con Amnesty International, stata avendo grande impatto sull’opinione pubblica egiziana e rischia di diventare un caso internazionale. L’organizzazione per i diritti umani, unendosi alla famiglia di Maikel, ne ha chiesto il rilascio immediato. “Dalla caduta del presidente Mubarak, il modo in cui vengono trattati i dissidenti pare essere cambiato poco” ha detto Hassiba Haji Sahraoui, vicedirettrice per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

Maikel Nabil Sanad, è stato arrestato il 28 marzo nella sua abitazione al Cairo. Il 10 aprile è stato processato da un tribunale militare e condannato a tre anni di carcere mentre si aspetta l’inizio del processo d’appello previsto per il 4 ottobre prossimo.

Maikel era finito nel mirino delle forze armate già ai tempi di Mubarak. Nel 2009 aveva fondato un movimento contro la leva obbligatoria. L’anno successivo, a novembre, era finito in carcere per due giorni per aver chiesto l’esonero dal servizio militare per motivi di coscienza: diceva che non avrebbe mai potuto puntare un fucile contro un paese, Israele, che lotta per la sua esistenza.
È forte il sospetto che la passione di Maikel per Israele possa avere avuto un ruolo nell’accanimento dei giudici militari, che già per conto loro usano procedure sommarie incompatibili con gli standard internazionali sul giusto processo.

La vicenda di Maikel non è la sola in grado di testimoniare il persistere in Egitto di pratiche proprie del regime dell’ormai deposto Mubarak. Dopotutto la struttura dell’esercito che ha assunto il comando dopo la sua caduta è la stessa su cui si basava il suo potere.

Sempre attraverso Amnesty International apprendiamo di un “test di verginità” a cui sono state sottoposte 17 donne arrestate il 9 marzo in piazza Tahrir, al Cairo. Dopo aver sgomberato piazza Tahrir il 9 marzo , il giorno dopo la Giornata internazionale delle donne, i militari avevano arrestato 18 donne. Dopo essere state picchiate e sottoposte a scariche elettriche 17 di loro erano state obbligate a denudarsi e a fare il “test di verginità”, con la minaccia di essere incriminate, in base all’esito, per prostituzione. Ricordiamo che Mubarak aveva rassegnato le dimissioni circa un mese prima, l’11 febbraio. La notizia, inizialmente negata dalle autorità, è stata confermata da un generale dell’esercito che, coperto dall’anonimato, ha confessato alla Cnn: “noi non volevamo che loro dicessero che le avevamo stuprate e quindi volevamo dimostrare che non erano vergini” e rivolto alla giornalista:” Mica erano come mia figlia o sua figlia. Quelle ragazze stavano nelle tende insieme a dei manifestanti di sesso maschile”.


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