Il significato delle parole
Di luca ajroldi • 17 feb, 2011 • Categoria: Italia
Ci sono parole che hanno significati precisi se vengono usate correttamente e diventano spaventosamente ambigue e fuorvianti quando vengono utilizzate in modo improprio. Prendete Premier. Nella sua accezione comune, anglosassone, è il responsabile della politica del governo, colui che riceve l’investitura dal paese e confermata dalla Corona. E’ il modo in cui si fa chiamare Berlusconi sui media pecoroni e dai suoi ministri. Ma non c’è nulla di più falso. Un titolo come presidente del consiglio dei ministri tende ad evidenziare il ruolo del capo del governo quale presidente del collegio dei ministri e, quindi, la collegialità del governo; invece, un titolo come primo ministro tende ad evidenziare il suo ruolo di preminenza sugli altri componenti del governo; è comunque evidente che i poteri effettivi del titolare della funzione dipendono dal contenuto delle norme costituzionali e dalla concreta configurazione del sistema politico, assai più che della denominazione utilizzata, così il primo ministro della Quinta Repubblica francese non può essere considerato il capo del potere esecutivo, dato il ruolo spettante al presidente della repubblica nella forma di governo semipresidenziale, mentre il presidente del consiglio dei ministri italiano lo è. I media italiani, per brevità, pressapochismo, ignoranza o servilismo ormai definiscono il nostro Presidente del Consiglio come “Premier”, amplificando l’errore e la confusione nella testa della gente.
Poi c’è leadership. Anche questa ampiamente usata a sproposito e con utilizzo inverso. La leadership si conquista sul campo e non è una dote naturale. Che la leadership di Berlusconi sia un dato di fatto, non è discutibile. ma bisogna anche analizzarne le cause. Che poi il Presidente del Consiglio abbia tagliato le gambe ai suoi possibili eredi è storia contemporanea. Prima Casini, poi Fini, adesso forse Tremonti. Secondo Antonio Polito, sul Corriere della Sera di oggi, il problema del centrodestra è persino più grave di quello del centrosinistra.
Se la situazione politica si stabilizza, mia figlia voterà per la prima volta alle prossime elezioni, nel 2013, e troverà sulla scheda il nome di Silvio Berlusconi. Il giorno del ’ 94 in cui seppi che era stata concepita, un Silvio Berlusconi più giovane ma con meno capelli leggeva al Quirinale la lista del suo primo governo. Quando entrò per la prima volta a Palazzo Chigi, l’attuale premier aveva tre figli piccoli e una famiglia, come Blair, come Zapatero, come Cameron. Era un leader sociologicamente giovane, se non anagraficamente. Ora i ragazzi sono cresciuti, la moglie se n’è andata e le minorenni che entrano in casa non sono più le compagne di scuola dei figli. Se anche volesse raccogliere il grido di dolore di Ferrara («Torna quello del ’ 94!» ), proprio non può. L’era del Cavaliere è già durata una generazione, molto di più dell’era Thatcher e dell’era Kohl, e se baciata dal successo anche alle prossime elezioni potrebbe prolungarsi al Quirinale in un quarto di secolo di storia patria. È tanto, forse troppo. Ma ogni leader politico prova a campare il più a lungo possibile, e non è colpa sua se gli riesce. Colpa sua, invece, è se durante il suo regno porta a termine una vera e propria mattanza di delfini, se uno a uno fa fuori tutti i suoi potenziali eredi, lasciando dietro di sé il diluvio e mettendo così in forse la sopravvivenza del suo stesso movimento politico. È ciò che ha fatto in tutti questi anni Silvio Berlusconi.



