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Freedom Flottiglia II e i bisogni reali di Gaza

Di Agostino Loffredi • 01 lug, 2011 • Categoria: Mondo


Tra qualche giorno una nuova flotta di navi organizzata da attivisti filo-palestinesi sarà in navigazione verso Gaza, decisa a forzare il blocco navale imposto da Israele per portare aiuti umanitari alla popolazione della Striscia. Il Premier israeliano Benyamin Netanyahu, sostenendo che a bordo delle navi potrebbero esserci pericolosi fiancheggiatori dei terroristi che avrebbero stivato anche armi insieme al cibo e medicinali, ha ribadito che Israele impedirà, anche con la forza, che la Flotilla raggiunga Gaza via mare.

Per comprendere lo scontro già avviato, bisogna tenere presente che nessuna delle due posizioni poggia su una “ ragione pratica”:  gli aiuti umanitari portati dalla Freedom Flottiglia non cambieranno certo le sorti dei palestinesi della striscia di Gaza, inoltre a partire dall’anno scorso Israele ha ampliato la lista dei beni che gli abitanti di Gaza possono importare, da cui restano esclusi però i materiali edili che, dicono, potrebbero essere utilizzati per costruire razzi. Inoltre da qualche mese, dopo la caduta di Mubarak, l’Egitto ha riaperto il valico di Rafah, solo per le persone e non per le merci,  e tutto ciò che non può essere importato legalmente viene fatto passare attraverso i tunnel sotterranei. Di certo, scrive Dan Ephron sul The Daily Beast, il cibo e i medicinali non andrebbero perduti a Gaza ma non sono la priorità principale. Israele dal suo canto ritiene il blocco necessario per impedire che Hamas importi armi, tra cui razzi a lungo raggio con cui potrebbero minacciare diverse città israeliane. Ma il contrabbando di armi avviene in modo “furtivo” e viene condotto da “operatori segreti” non da gruppi con nomi come “Code Pink” al timone di navi sgangherate con a bordo giornalisti. Nemmeno la Mavi Marmara, ricorda Ephron, la nave turca i cui passeggeri sono stati attaccati dai sommozzatori delle forze armate israeliane aveva armi nella stiva. Nel raid su quella nave, Israele ha finito per uccidere nove passeggeri, compromettendo il suo rapporto con la Turchia, e subendo la dura condanna internazionale.

Dunque perché rischiare che finisca di nuovo in tragedia? Quello che l’Haaretz ha definito come “valore simbolico”, Dan Ephron lo inserisce nel contesto delle “relazioni pubbliche” ma trattandosi di affari di Stato sarebbe meglio chiamare “formazione dell’opinione pubblica”: gli attivisti sperano di accendere i riflettori sul blocco di Gaza, provocando un altro scontro in alto mare. Israele vuole distogliere l’attenzione dalla politica di assedio raffigurando gli organizzatori della spedizione come terroristi e la loro campagna come una missione per aiutare il braccio armato di Hamas.

Gli effetti più devastati del blocco di Israele, Gaza li ha subiti sul comparto delle esportazioni. L’organizzazione no-profit israeliana Gisha, che si occupa di sostenere i movimenti per la liberà dei palestinesi, ha stimato che l’83 % delle fabbriche della Striscia di Gaza o hanno chiuso i battenti o stanno lavorando al 50 % della capacità. Prima del blocco, Israele lasciava che attraversassero il confine circa 400 Tir al giorno. Ora sono molti di meno, in tutto il mese di maggio nemmeno un convoglio ha lasciato Gaza. Sari Bashi, direttore esecutivo di Gisha, dice che avrebbe preferito che gli attivisti avessero organizzato una flottiglia per prendere le merci da Gaza invece di portare rifornimenti alla Striscia.


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Un Commento »

  1. La vera questione che la Flotilla ha introdotta e verrà sempre più ad introdurre nel dibattito è che l’assedio di Gaza è illegittimo e criminale. Non solo Israele non ha il diritto di tenere un milione e mezzo di persone in una condizione che finora si poteva leggere solo per le epoche medievali quando cità che si difendevano dentro le loro mura venivano prese ed espugnate per fame e sete. Ma neppure così regge il paragone. Perché nel caso di Gaza si tratta di una vera e propria prigione che non ha l’eguale, mi pare, in tutta la storia del diritto. Ed è mostruoso come l’ONU che con il suo presidente avrebbe dovuto essere sulle navi, abbia di fatto sabotato una missione che era tipica dell’Onu. Sorgono inquietanti interrogativi e mi chiedo fra l’altro se questo non sia l’atto di morte dell’ONU stesso e se i popoli non debbano cercare nuove forme di aggregazione senza gli Usa e Israele. Certo, so bene di quale immenso potenziale militare dispongano questi stati, ma ci può essere una resistenza asimmetrica fatta senza un eguale apparato di forza. Con la Flotilla si è indicata la strada. Ed è questo forse un segnale positivo che resta.

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