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Le condanne per il genocidio in Ruanda

Di Redazione • 18 mag, 2011 • Categoria: Mondo


Condannato a 30 anni di carcere uno dei principali artefici del genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994. Si tratta di Augustin Bizimungu (nella foto), ex capo dell’esercito, che, secondo il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (TPIR) istituito dall’Onu, all’epoca aveva il controllo totale degli uomini coinvolti nel massacro iniziato la notte del 6 aprile.

Con lui è stato condannato anche Augustin Ndindiliyimana, ex capo della polizia paramilitare. Entrambi sono stati ritenuti colpevoli di crimini contro l’umanità, ma il giudice ha disposto la scarcerazione di Ndindiliyimana, ritenendo che il suo ruolo di comando fu limitato nel periodo in questione. Inoltre in passato è stato un gran sostenitore della riconciliazione, prima dei fatti del ’94, e dal suo arresto ha già trascorso 11 anni in carcere

Il Genocidio ruandese è avvenuto tra l’aprile e il giugno del 1994, quando le milizie Hutu (l’etnia maggiore presente in Ruanda) in 100 giorni hanno ucciso circa 800,000 persone, sterminando i Tutsi (etnia minore, principalmente agricoltori) ma attaccando anche gli Hutu moderati. Quanto accaduto in Ruanda in quei giorni rientra negli episodi più sanguinosi della storia del XX secolo.

Bizimungu, 59 anni, di fronte la condanna ha mostrato indifferenza: era l’aspettata conclusione di un processo che andava avanti da nove anni ormai, da quanto era stato catturato in Angola nel 2002.
Anche due ufficiali dell’esercito sono stati riconosciuti colpevoli di crimini contro l’umanità per aver preso parte ad un attacco che ha portato alla morte di otto funzionari di pace delle Nazioni Unite: entrambi sono stati condannati a 20 anni di carcere.

Le reazioni ai verdetti sono state positive, anche se Tim Murithi, capo del programma per la Giustizia e la Riconciliazione a Città del Capo, ha dichiarato che il perseguimento di una piccola élite di dirigenti politici e militari non risolve il problema di come promuovere la guarigione e la riconciliazione nazionale. Secondo Murithi la stabilità del Ruanda deve venire insieme ad un processo di riconciliazione dal basso, dalla gente. Fino ad allora la condanna dei criminali potrà estirpare solamente uno dei problemi di una nazione così devastata.


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