L’Aquila, 18 mesi dopo il terremoto
Di maria ferdinanda piva • 07 ott, 2010 • Categoria: Italia
L’Aquila e gli altri Comuni del “cratere” un anno e mezzo dopo il terremoto. Gli altisonanti proclami sulla ricostruzione sono lustrini cuciti sugli stracci: il centro storico è chiuso e presidiato dall’esercito, gli edifici smozzicati espongono tutte le loro cicatrici alla pioggia, e fra un po’ anche alla neve. La Procura della Repubblica aquilana sta portando avanti circa 200 filoni di indagine relativi a crolli, ricostruzioni, cricca e affini.
In mezzo alle strade restano tuttora 2.650.000 metri cubi di calcinacci ufficiali (un volume pari a cinque volte quello dell’Empire State Building) ma forse anche di più. Tutte quelle macerie fino a 18 mesi fa erano case: e al loro posto nel capoluogo ne sono state realizzate finora appena 4.449, in cui vivono 14.279 persone; altre 2.723 persone abitano nei moduli abitativi provvisori sparsi fra le frazioni.
E poi ci sono gli altri. I 55.584 cosiddetti “assistiti”, che hanno una sistemazione rabberciata. Solo nel capoluogo se ne contano 47. 528. Fra di loro, circa 2,700 sono tuttora dispersi fra vari alberghi.
Coloro che usufruiscono del “contributo di autonoma sistemazione” – una sorta di bonus affitto – sono ancora 25.663. Vedono i soldi col contagocce (come peraltro gli albergatori): nei giorni scorsi è arrivato l’assegno di maggio. Il Comune ha pagato le tre mensilità precedenti con fondi propri, visto che quelli statali è come se uscissero da un rubinetto strozzato.
La città è disaggregata, smontata, polverizzata nei rapporti sociali e nei luoghi che le erano propri. Tutti hanno un tetto sopra la testa, ma sono come profughi in balìa della provvisorietà, sradicati dal luogo in cui hanno sempre vissuto.
Chi può, se ne va. Infatti nelle scuole della provincia de L’Aquila quest’anno ci sono 700 iscritti di meno.
Per rendere la città ai suoi abitanti bisognerebbe innanzitutto sbaraccare le macerie: Legambiente ha calcolato che, se si continua di questo passo, ci vorranno 69 anni. E poi ricostruire. Per il solo capoluogo si parla di costi di ricostruzione pari a 20 miliardi: l’apposita “struttura di missione” ne ha conteggiati solo 10.
Questi miliardi sono soldi fantasma. Non si sa nemmeno bene come verranno reperiti: il Governo non ha voluto istituire tasse straordinarie che pure probabilmente gli italiani, in nome della solidarietà, avrebbero digerito.
Di soldi veri in cassa per ricostruire, al momento, ce ne sono pochi: 2 miliardi messi a disposizione dalla Cassa depositi e prestiti (e intaccati per 400 milioni); 900 milioni di euro stanziati dal Governo a favore della struttura commissariale (che però dovranno servire anche per pagare debiti contratti nella fase dell’emergenza); altri 47 milioni destinati all’adeguamento delle scuole.
La coperta è un filino corta, si direbbe. Pare sia naufragata fra promesse e dimenticanze anche l’idea di Berlusconi per dare in “adozione” il restauro del 45 principali monumenti. Il ministro per la Cultura Bondi ultimamente ha promesso 20-25 milioni all’anno per 10 anni, reperiti nelle cosiddette pieghe di bilancio. Ognuno di questi 10 assegni basterà, ad occhio e croce, per cinque palazzi. Quando si dice: in modiche rate.



